Skip to main content

Don Renzo Ghiglio - profilo biografico

-- testo letto all'inizio del rito funebre ---

Mercoledì scorso, 10 ottobre, la notizia della tragica morte di Don Renzo, come un macigno, ha colpito e appesantito il cuore di tutti. Nessuno voleva credere a quanto era accaduto, tanto sembrava impossibile che fossimo stati privati della presenza di una persona, di un sacerdote, così caro ed amato.

Tutti abbiamo rivolto il pensiero ai suoi familiari: in particolare alla mamma Colombina, al fratello Claudio, alla sorella Marica. La preghiera e la fede ci aiutano a pensare a Don Renzo ritornato al Padre, partendo dalle sue montagne che amava, da quella natura che tante volte lo aveva avvicinato al Signore e nelle cui braccia di Padre misteriosamente lo ha deposto e affidato, dopo che tutta la sua vita, che ora possiamo contemplare con un unico colpo d’occhio, sempre è stata orientata al servizio del Regno di Dio.

Ricordare ora qualche tappa del suo cammino terreno ci aiuterà a riportare alla memoria le tante grazie che il Signore ha compiuto attraverso Don Renzo.

 Nacque ai Giovi, frazione di Mignanego, il 2 maggio del 1949, da papà Enrico, che lo ha preceduto in Paradiso pochi anni fa, e da mamma Albina, genitori forgiati nella fede cristiana e nell’appartenenza alla Chiesa attraverso l’esperienza dell’Azione Cattolica.

Ai Giovi risiedette fino all’età di 8 anni. Poi la sua famiglia si trasferì a Pontedecimo.

La famiglia e la parrocchia furono i due polmoni spirituali con cui respirò e che formarono la sua personalità.

La sua generosità, spontanea e vivace, lo condusse ad ascoltare con attenzione la voce del Signore che lo chiamava alla vita sacerdotale. A 17 anni, dopo aver frequentato l’Istituto Tecnico Industriale, entrò in Seminario dove terminò gli studi liceali e quelli di teologia.

Nei lunghi anni di maturazione e di preparazione al sacerdozio, fu uno studente brillante ed un seminarista sereno, cordiale, ubbidiente, capace di vera amicizia con i suoi compagni, uno sportivo capace e tenace.

Negli anni della teologia iniziò il suo cammino di educatore dei ragazzi e dei giovani quando al sabato e alla domenica i seminaristi erano mandati a far esperienza nelle parrocchie e d’estate erano inviati ad aiutare i preti nei campiscuola in montagna. Già in quegl’anni del Seminario manifestò la sua particolare attitudine di sacerdote appassionato della pastorale giovanile.

Il 29 giugno del 1974 venne ordinato sacerdote in Cattedrale dal Card. Giuseppe Siri, che lo destinò alla Parrocchia di Sant’Ambrogio di Voltri, dove rimase 6 anni come Viceparroco e dove, passato ormai un trentennio, ancora è ricordato con nostalgia ed affetto. A Sant’ Ambrogio svolse così bene il suo servizio sacerdotale e pastorale tra la gioventù da essere chiamato dal Cardinale al compito di Assistente diocesano di Azione Cattolica.

Per dieci anni è stato in mezzo ai giovani della Chiesa genovese che vide frutti copiosi nell’associazionismo di Azione Cattolica. Quanti campiscuola! Quanti incontri serali in tutte le parrocchie! Quanti convegni! E non solo con i giovani dell’Azione Cattolica, ma con gli Scout e con la gioventù delle  altre aggregazioni laicali. Sapeva coinvolgere e incoraggiare, con pazienza e tenacia, con mitezza e rispetto verso tutti: ragazzi, educatori o giovani preti assistenti dell’associazione.

Al termine di questa fatica fu nominato Parroco a San Rocco di Principe e vi rimase per cinque anni.

Il nuovo incarico lo aiutò ad allargare ulteriormente il suo raggio di azione pastorale: non soltanto i ragazzi e i giovani trovarono spazio nel suo grande cuore e nella sua nuova comunità, ma tutte le categorie di persone: adulti, anziani, malati, poveri. Anche a San Rocco ha lasciato una traccia indelebile del suo passaggio.

Nel 1995 il Card. Giovanni Canestri notò la sua attitudine alla guida spirituale dei ragazzi e lo nominò Rettore del Seminario Minore. Al Chiappeto gestì un delicato periodo di transizione che stava avvenendo in tutta la Chiesa italiana e che si concluse con la chiusura dei seminari minori.

Una scelta considerata opportuna ma che chiudeva una lunghissima tradizione delle diocesi italiane: Don Renzo fu capace di trasformare l’esperienza del Seminario Minore, definitivamente chiuso, in un nuovo cammino vocazionale, comunque rivolto ai ragazzi e ai giovani. Nacquero con lui le esperienze di accompagnamento vocazionale denominate comunità “Eccomi” e gruppo “Samuel”.

In quel periodo venne nominato anche responsabile dell’Ufficio diocesano per la Pastorale Familiare, dove profuse energie e capacità uniche.

Quanti giovani con lui hanno imparato a sperimentare l’avvicinamento al sacramento del matrimonio come una chiamata del Signore ad un particolare cammino di santificazione! E non sono pochi i giovani preti in diocesi che devono anche a lui la maturazione della loro vocazione sacerdotale.

Agli amici, Don Renzo, in quel periodo continuava a confidare la sua nostalgia per la missione di Parroco. Nell’anno 2000 il Card. Tettamanzi lo nominò Parroco della Parrocchia di San Bartolomeo della Certosa: una delle più grandi della Diocesi, dove, anche come Vicario foraneo ha dato sicuramente il meglio di se stesso.

Se il suo impegno di pastore intelligente, poliedrico e infaticabile lo aveva portato a spendersi nelle citate diverse esperienze nella Chiesa diocesana, che ha amato più che se stesso con spirito di fedeltà e di servizio, nella comunità di San Bartolomeo ha profuso tutte le sue forze e soprattutto la sua grande esperienza di educatore e di pastore.

Come pastore ha amato la sua comunità, così come un padre ama tutti i suoi figli. E come padre spirituale ha saputo capirli ed ascoltarli, con discrezione, premura ed affetto, come solo lui sapeva fare.

Nell’accompagnare i suoi parrocchiani nella vita cristiana sapeva trasmettere loro, perché la viveva lui stesso, quella tensione verso un di più, che è la segreta aspirazione del cuore umano e che conduce a Dio.

Negli ultimi anni si era dedicato ai “cammini” di riavvicinamento degli adulti alla fede, che sono stati per molti un momento prezioso di riscoperta e di ritorno alla fede e si era impegnato a fondo a sostenere, per chi già credeva, il “cammino” di maturazione più profonda della fede stessa.

Le celebrazioni eucaristiche, le liturgie che presiedeva e le sue omelie sapevano davvero coinvolgere; toccavano il cuore, aiutavano a riflettere seriamente, servivano a credere con maggior convinzione e a fare della comunità parrocchiale una testimonianza credibile del Vangelo.

Con i piccoli sapeva farsi uno di loro, giocava con loro, trasmettendo gioia e guidandoli delicatamente verso il Signore.

Ai giovani si proponeva con amabile pazienza e nello stesso con evangelica esigenza.

Agli adulti chiedeva senso di responsabilità e generosità di vita.

Agli anziani sapeva sempre donare coraggio e fiducia.

Il fascino spirituale della sua persona avvicinava tutti e di fronte a lui nessuno rimaneva indifferente.

A tutti insegnava a salire verso il traguardo della vita, interpretandola come un cammino in montagna, mettendosi talvolta davanti come guida (come amava fare nei campiscuola nella sua Pratorotondo) talvolta invece rimanendo in fondo, per non lasciare soli gli ultimi. Ma con la determinazione di arrivare sulla vetta, dove ora ci attende e con l’obiettivo, prima o poi, di arrivarci tutti.